Di APS Lungo la rotta balcanica

Pasqua all’ombra del castello. Potrebbe essere il titolo di un “gruppo Whatsapp” fra amici che programmano come rilassarsi in una giornata di aprile con un clima finalmente somigliante a qualcosa di primaverile. Passeggiando per le strade di Gorizia sono tanti gli scenari di normalità nei quali persone stanno insieme, fanno un picnic, giocano a carte o a palla, rimangono stese al sole ad asciugare le ossa dopo l’umidità e il freddo invernali. Eppure per qualche ragione, volanti di polizia perlustrano le diverse aree di fronte al bastione, il parco di Borgo San Rocco, Piazza della Vittoria e il prato sopra galleria Bombi. “Documents! why you here? where you come? afghanistan? pakistan? you can’t stay here, go away!.” Parafrasi del “dialogo” medio al quale vengono sottoposti quotidianamente i malcapitati fermati. “E tu? Perchè tu qui?” “C’e’ un bel sole“, rispondo con calma ma ridendo nei pensieri nella speranza si tratti di una momentanea perdita d’uso della lingua italiana nella translitterazione da un imperfetto inglese. “Stanno facendo il loro lavoro in un giorno di festa“, mi dico, non potendo fare però a meno di notare che le altre persone attorno, dai connotati meno migranti, non vengano nemmeno lontanamente degnate di uno sguardo. E che questa strategia di “disturbo della quiete personale” da parte di un rappresentante pubblico sia una forma di violenza da mettere nel conto emotivo e psicologico per ognuno.

In tanti si ritrovano nuovamente lungo le sponde dell’Isonzo. Come da anni avviene, chi non si trova più ospite del centro a Gradisca, chi è solo di passaggio e chi vive le proprie giornate girovagando la città in attesa dell’entrata in dormitorio, sa che questa è una zona dove qualcuno condividerà qualcosa. C’è passaparola e tanta solidarietà fra queste persone, sono i livelli di cattività a rischiare di rendere le situazioni più complicate di quanto già non lo siano. Ma chi osserva queste dinamiche sa che non sono emergenziali, sa che tutto questo esiste e ciclicamente si ripresenta con numeri differenti, anche in base alla stagione oltre che ai cambiamenti relativi le legislazioni e le aperture ufficiali agli spostamenti attraverso altri Paesi, i cui effetti si vedono magari dopo qualche mese in Italia. Sono diversi, per esempio, gli iraniani a transitare dopo la decisione di settembre 2017 del governo serbo di permetterne l’arrivo sul proprio territorio senza visto, o afghani e pakistani che tornano per rinnovare il permesso di soggiorno. Ricevendo purtroppo una risposta negativa fintanto che non si presentino con una dichiarazione di ospitalità. Azione, questa – con tanti precedenti, come il post “Emergenza NordAfrica” – che rischia di produrre nuovo disagio sociale e il rinvigorirsi del mercato nero su queste certificazioni. Dopo il periodo sotto i riflettori durante l’autunno in galleria Bombi, la città ha visto l’apertura di una tensostruttura sotto l’egida della curia, con il Gorizia Forum e la Casa dei Popoli a sopperire con le loro sedi ai posti letto di cui poteva esserci effettiva necessità. In quest’arco temporale vi era stato il tentativo di creare una rete più organizzata tra le varie entità associative, attiviste e di volontariato in campo, ma pare che le diverse anime non siano riuscite a trovare una forma di mediazione che permettesse di proseguire con tale coordinamento, anche se l’auspicio è sempre quello di mantenere un qualche piano di collaborazione attivo. Alla fine di febbraio anche il tendone dove trovavano riparo 60 persone è stato chiuso e si sono cercate altre soluzioni, ancora una volta temporanee.

Alle 17.45 si crea per la strada un flusso composto con un’unica direzione: la parrocchia di San Rocco. Qui ogni giorno volontari di tutte le età forniscono pasti, sorrisi e un riferimento per l’aggregazione che aiuta a scandire il tempo. La stanza non è molto capiente e il calore del sole pomeridiano ha lasciato spazio a un forte vento e a nubi temporalesche; in pochi minuti si abbassa la temperatura e alle 19.30 viene aperto il portone di Caritas, ovverosia l’ultima strategia per garantire un tetto a chi non rientra nei sistemi di accoglienza istituzionale perchè nuovo arrivato o perchè già ne è uscito. Prima dell’arrivo delle chiavi si forma una coda al piazzale di fronte, sotto una fitta pioggia e un paio di ombrelli. Non appena l’ingresso viene consentito tutti si fiondano al riparo. gli ospiti sono circa cinquanta. Si srotolano a terra materassini e si stendono coperte in uno spazio di promiscuità dove l’odore di umanità zuppa e scarpe fradicie è molto forte. Ma il clima all’interno e’ davvero positivo, tutti sanno che è un prezzo da pagare per un periodo e si adattano, anche grazie a chi gestisce la situazione ogni sera in maniera calma seppur ferma. “I’m in Italy now”, dice un ragazzo mandando un messaggio vocale ad un amico in Grecia. “Yes, of course i’m happy, i stayed many months in Serbia and now i’m in Italy. Now everything will be ok”. Ricambio il sorriso con cui mi saluta, pensando che lo aspetta ancora tanta strada, che per giorni e giorni dovrà vivere in questa routine, in questo nuovo girone del limbo. Ma merita di tenersi stretta quella felicità per averne percorsa così tanta ed essere arrivato fino a qui, in un giorno in cui si celebrà una rinascita.

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