Da un articolo di Nidzara Ahmetasevic. Foto di copertina di Nidzara Ahmetasevic.

Traduzione a cura di Lungo La Rotta Balcanica – Along the Balkan Route

Venerdì 19 maggio alle 5 del pomeriggio più di 250 persone sono state sgomberate dal campo informale situato nella zona “vecchia” di Sarajevo. A partire da febbraio di quest’anno, molti rifugiati e migranti hanno iniziato a recarsi in questo luogo, dove vicini e volontari portavano loro cibo, vestiti e scarpe, aiutandoli ad avere assistenza sanitaria e portando queste persone nelle loro case per riposarsi o anche solo per fare una doccia.

Inizialmente, andavano al parco solo uomini singoli , ma alla fine di marzo vi si potevano trovare anche intere famiglie. Provenivano da Siria, Yemen, Nigeria, Afghanistan, Tunisia, Marocco e trovavano ospitalità nelle case o negli ostelli, con molti cittadini bosniaci pronti a dimostrare loro solidarietà. In aprile, con l’aumentare degli arrivi, molti hanno cominciato a piantare tende e a dormire al parco, in attesa che lo Stato fornisse degli alloggi o qualunque altro tipo di sostegno.

Secondo il Ministero della Sicurezza, più di 4000 persone in cammino sono entrate in territorio bosniaco nei primi 4 mesi di quest’anno; alcuni puntando verso Sarajevo, altri in direzione dell’area di Bihac e Velika Kladusa, al confine con la Croazia, sperando di oltrepassare la frontiera e proseguire per l’Europa occidentale.

Lo sgombero al parco è avvenuto due giorni prima della visita da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Sarajevo per un comizio nel corso della grande campagna elettorale organizzata dal suo partito. Lui e il suo amico – come reciprocamente si autodefiniscono – Bakir Izetbegovic, membro bosniaco musulmano del tripartito alla presidenza e membro del Partito d’Azione Democratica (SDA), sarebbero dovuti originariamente passare per la “città vecchia” e consumare insieme il pasto in occasione dell’iftar. Ma alla fine ciò non si è verificato.

Resta in ogni caso il fatto compiuto: migranti e rifugiati – la cui maggior parte ha espresso la volontà di avanzare richiesta di Protezione Internazionale – sono stati trasferiti al campo di Salakovac vicino a Mostar, di recente ristrutturato grazie anche all’aiuto dell’Acnur (Unhcr). La decisione è stata presa a livello statale e supervisionata dal Ministero per la Sicurezza con la collaborazione del Ministero per i Rifugiati e i Diritti Umani.

Sulla via da Sarajevo verso Mostar, la polizia cantonale sarajevese stava accompagnando la carovana di cinque autobus fino al limite della propria zona di giurisdizione, al confine col vicino Cantone di Mostar. Nel momento in cui i mezzi hanno oltrepassato il confine, la polizia di Mostar li ha fermati, sostenendo che non era stata comunicata alcuna autorizzazione per farli proseguire.

Nell’agire in questo modo, è stata messa in discussione la esistenza e l’autorità dello Stato stesse, considerato che l’ordine di collocare quelle persone era stata presa dal Consiglio dei Ministri che ha potestà in materia di richiedenti asilo.

I bus sono stati quindi costretti a retrocedere fino all’invisibile confine tra i due Cantoni, con a bordo le 250 persone che erano state caricate al parco. Già provate dopo giorni vissuti in condizioni inumane, sono state lasciate per quattro ore in mezzo alla strada. Volontari e cittadini si sono recati lì per dare supporto, l’emergenza medico-sanitaria è stata attivata mentre il nervosismo tra le polizie era alto. L’intero Paese ha assistito a questo dramma sul passo Ivan Sedlo, diramato in TV e Internet.

Dopo molte ore il Ministro Dragan Mektic ha tenuto una conferenza stampa trasmessa in diretta da molte emittenti nazionali, dicendo che quanto stava accadendo era un tentativo di “colpo di Stato” e ha assicurato che il capo della polizia cantonale di Mostar sarebbe stato arrestato.

“Abbiamo una forza di polizia da una parte e una polizia armata dall’altra: ciò che la polizia di Mostar sta facendo è illegale e contro la Costituzione”, ha detto Mektic. “Se vengono eseguite azioni che non rispettano la Costituzione e la Legge, significa che il Sistema sta scoppiando.

Poco dopo aver rilasciato tali dichiarazioni, la carovana ha proseguito e ha raggiunto il campo nei pressi di Mostar, dove le persone sono state finalmente fatte accomodate in sistemazioni dignitose.

La supremazia delle regole politiche

Alcuni giorni dopo questi fatti, il loro reale svolgimento ancora non è stato ben chiarito. Ad ogni modo ciò su cui tutti sembrano esser concordi è che, come molte altre cose in Bosnia – in particolare nell’anno delle elezioni – i calcoli e le manovre politiche siano alla base dell’incidente diplomatico.

Secondo alcuni reportage giornalistici, il capo della polizia di Mostar non avrebbe mai dato l’ordine di fermare la carovana; si parla invece di influenze da parte del partito maggioritario in quell’area, il Partito d’Unione Democratica Croata di Bosnia e Herzegovina (HDZ).

Josip Grubesa, Ministro della Giustizia e membro del partito HDZ, ha controbattuto al collega Mektic, membro del Partito Democratico Serbo (SDS), sostenendo che secondo la legge in Bosnia e Herzegovina non esista il reato che parli di “colpo di Stato”, bensì che esso sia un semplice modo di dire, non riconosciuto in termini legali.

Sabato il capo della polizia cantonale di Mostar è stato convocato per rilasciare una dichiarazione di fronte al Servizi di Sicurezza dello Stato.

Sebbene faccia parte del Consiglio dei Ministri che ha preso la decisione di far spostare i migranti e i richiedenti asilo verso Mostar, Grubesa ha sostenuto che il governo statale non possa sancire dove essi debbano essere sistemati; non ha però fornito indicazioni su chi, a suo parere, ricadrebbe la competenza per dare questo genere di disposizioni.

Quasi contemporaneamente, il Presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik – il quale ha annunciato che correrà per le presidenziali di ottobre – ha rilasciato una sua dichiarazione riguardo la sistemazione dei migranti in Repubblica Srpska, sebbene l’area sotto la sua giurisdizione non fosse stata direttamente coinvolta nell’incidente.

“Non lasceremo che qualcuno decida come dobbiamo agire a Sarajevo in merito alla questione”, ha detto, ripetendo nuovamente che non avrebbe avallato alcun tipo di centro migranti in Repubblica Sprska. In precedenza aveva affermato che la Repubblica Sprska avrebbe assicurato un passaggio veloce e sicuro attraverso il proprio territorio.

Nel frattempo, sabato, il capo della polizia cantonale di Mostar è stato convocato per fornire una dichiarazione ai Servizi di Sicurezza dello Stato. Non è chiaro cosa sia successo in seguito.

Processo decisionale disfunzionale

Con la confusione a regnare suprema, l’intero caso prova solo – una volta ancora – quanto disfunzionale e complesso sia il processo decisionale in Bosnia e Herzegovina, con l’ultimo incidente a fungere da cartina di tornasole per tutto il sistema.

Lo Stato viene ancora visto come un semiprotettorato dopo più di due decadi dalla fine della guerra nel 1995 con gli accordi di pace stipulati a Dayton, negli U.S.A.

Con gli accordi si è venuta a creare una complessa e stratificata struttura che regolarmente porta a stalli politici e stagnazione e permette ai politici di tenere sotto scacco lo Stato.

Nel 2014 un report dell’Unità di Crisi Internazionale, che può essere criticato sotto vari aspetti, coglie tuttavia l’essenza della politica bosniaca quando conclude che: un informale “sestetto” di leader di partiti si spartiscono l’effetivo controllo del governo e dell’economia. Una coalizione multi-etnica continua ad esistere, elezione dopo elezione, con piccoli aggiustamenti. Divenirne membri è frutto di una vittoria per la leadership all’interno del proprio partito, dove gli elettori hanno ben poca voce in capitolo. L’Unità ha inoltre concluso che il Potere si sta ulteriormente rinforzando attraverso il controllo delle assunzioni, degli investimenti e delle decisioni sulle imprese di proprietà statale, soffocando gli investimenti privati e la crescita.

A fronte di questa quotidiana realtà, i cittadini bosniaci stanno facendo sempre più difficoltà ad andare avanti. In molti hanno deciso di lasciare il Paese alla ricerca di opportunità altrove, ma altrettanti stanno invece diventando apatici, incapaci di vedere modi per modificare lo stato attuale di perpetua stasi politica.

Apportare modifiche alla Costituzione, in realtà un allegato degli accordi di Dayton di quasi un quarto di secolo fa, è estremamente difficile e molto spesso un tentativo politicizzato a tal punto da renderlo totalmente impossibile. Per fare un esempio, la decisione della Corte Europea per i Diritti Umani del 2009 rispetto all’istanza di Azra Zornic per permettere a qualunque cittadino di poter concorrere alle più alte cariche dello Stato. Secondo la legge vigente, solo i membri di uno dei tre gruppi etnici di maggioranza – Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci – hanno il diritto di ottenere il ruolo di presidenza alla Camera dei Popoli. La Zornic ha denunciato di non aver potuto accedere alla corsa per quella poltrona per il fatto di aver dichiarato di avere un’identità come cittadina bosniaco-herzegovese, senza nessuna affiliazione etnica. La Corte diede ragione alla Zornic, tuttavia nessun cambiamento alla Costituzione è mai stato apportato.

La strada verso il cambiamento?

L’arrivo di migranti e rifugiati in questo tipo di disfunzionale, a malapena esistente, Stato può portare solo a due conclusioni: la prima è una situazione catastrofica, in cui la solidarietà esistita finora viene soffocata dalla xenofobia e disumanizzazione tramite i media, spesso controllati da differenti gruppi di interesse associati ai Partiti politici. La seconda opzione è che la solidarietà sopravviva, che i decisori locali capiscano come l’arrivo di tante persone con molte abilità, culture, lingue e conoscenza possa essere una leva in grado di rivitalizzare lo Stato, la vita in Bosnia in senso generale.

Suhret Fazlic, sindaco della città di Bihac, a ridosso del confine con l’Unione Europea a nord del Paese, è stato il primo ad aprire a nuove opportunità; non ha solo scelto di accogliere i rifugiati, ha anche avviato un tentativo rivolto alla loro integrazione nella società, cercando di capire come tutti ne possano trarre giovamento. Al momento l’idea rimane ad uno stato concettuale che deve ancora trovare il modo di concretizzarsi.

Se una maggior atmosfera di accoglienza dovesse venirsi a creare, forse i rifugiati potrebbero venir visti come nuovi cittadini bosniaci e questo portare a cambiare la Costituzione o essere riscritta in un modo che davvero risponda ai bisogni della cittadinanza e non si rivolga solo a chi si dichiara appartenente ad una delle tre etnie maggioritarie.

Questo auspicio sembra essere ancora molto lontano da raggiungere. Fino a quando i leader politici godranno del loro status quo, verrà reso più difficile accedere al procedimento per richiedere asilo così come si precluderà la possibilità di essere eletti, a tutti quei cittadini che non si dichiarano serbi, croati o musulmani bosniaci. La maggioranza dei politici semplicemente non sa essere o non ha volontà per esser d’aiuto nel modificare questa situazione.

I giochi politici, in cui tutto e tutti possono essere strumentalizzati, fanno parte della politica reale. Per anni i politici hanno utilizzato i sopravissuti della guerra, in particolare le donne, per manipolare. Anzichè agevolare il processo di guarigione della società, hanno fatto di tutto per congelare le paure e gli odi conseguenti alla guerra per mantenere il potere. Il linguaggio politico è sempre basato sul “noi” e “loro”, dove “noi” siamo sempre vittime e “loro” i carnefici. Oggi, con l’arrivo di questi popolazioni in cammino, tutte le criticità dello Stato stanno diventando sempre più ecclatanti.

Le persone vengono nuovamente trasformate in strumenti dai partiti politici nelle loro campagne elettorali,  dall’ultimo scontro sul trasferimento dei migranti da Sarajevo a Mostar fino alle numerose discussioni politiche degli ultimi mesi sullo stesso tema dei rifugiati. Ancora una volta i media e chi li controlla mantengono la narrativa del “noi” e “loro”, insistendo sul porre attenzione alla questione in relazione alla sicurezza anzichè al lato umanitario o della solidarietà.

Con la sovrastante complessità della struttura statale, con i troppi strati governativi e le elite politiche, tutti concentrati esclusivamente sulle questioni del proprio partito o interessi personali, è difficile scorgere una via d’uscita oltre l’attuale situazione. E la campagna elettorale è appena cominciata.

L’articolo originle di Nidzara Ahmetasevic si trova al seguente link:

http://kosovotwopointzero.com/en/bosnias-limp-statehood-challenged-by-act-of-police-insubordination/#

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