Traduzione a cura dell’APS Lungo la rotta balcanica del report quotidiano pubblicato dall’ong croata Are You Syrious

Il numero di persone che arrivano e attraversano i Balcani sta aumentando di giorno in giorno. La Bosnia è il paese dove, al momento, si trova la maggior parte delle persone in movimento con una media tra i 60 e i 100 arrivi quotidiani. Alcuni passano per la Serbia, altri via Grecia, Albania e Montenegro.
Allo stesso tempo, anche il numero di persone in Serbia e in Grecia sta aumentando. Secondo i dati ufficiali, il numero dei richiedenti asilo arrivati in Europa nei primi cinque mesi del 2018 ha largamente superato i dati di tutto il 2017.

Al momento in Bosnia ci sono più di 6.200 persone, e in Albania oltre 2.400. Si tratta solamente dei richiedenti asilo registrati, ma i numeri reali sono sicuramente molto più alti dato che molte persone non vogliono essere registrate.

Mentre dell’Albania si sa poco, la situazione in Bosnia è molto più visibile.

Molte persone rimangono a Sarajevo in attesa di registrazione, o nella speranza di ottenere un posto in qualche alloggio. A Sarajevo non esiste un campo, ma le autorità hanno annunciato che, entro la fine di giugno, potrebbe essere aperto un nuovo campo vicino alla città, nella zona di Hadžići, con un capacità iniziale di circa 600 posti che potrebbe successivamente arrivare ad ospitare fino a 5000 persone.

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Molte persone dormono per strada a Sarajevo. L’unico aiuto è fornito da residenti e volontari internazionali. Foto AYS

Centinaia di richiedenti asilo dormono per strada anche se il numero reale è difficile da stabilire. Gli aiuti vengono forniti solamente dai locali e dai volontari internazionali. L’unica alternativa è il centro per l’asilo di Trnovo, vicino alla capitale bosniaca, che al momento ospita 200 persone anche se ha una capacità di circa 150 posti. Questo centro tuttavia si trova in una zona montagnosa, lontano dalla città e non c’è nemmeno la copertura telefonica e la connessione ad internet. Le condizioni di vita non sono adeguate e molte persone si rifiutano di andarci.

La terza opzione vicino a Sarajevo è il centro chiuso a Lukavica dove le persone vengono trattate come se fossero in prigione. Sembra inoltre che all’interno ci siano anche molti minori. Le persone trattenute a Lukavica raccontano di maltrattamenti, mancanza di cibo e comportamenti non professionali da parte della polizia, tra cui una diffusa corruzione.

Un’altra opzione, appoggiata dall’OIM, è il centro vicino alla città di Doboj, gestito dall’ong locale Emmaus. Questa organizzazione ha contratti con l’OIM e il governo, e gestisce anche la distribuzione di cibo in alcune aree. I volontari di AYS e alcuni testimoni presenti durante le distribuzioni, denunciano l’inesperienza e la disattenzione degli operatori durante questi momenti così delicati, inesperienza che ha creato violente risse per il cibo tra i rifugiati. Inoltre si tratta di un centro chiuso, nato inizialmente per ex tossicodipendenti ed alcolisti, non adatto per l’accoglienza di rifugiati.
L’ong limita la loro libertà di movimento e sequestra i documenti. Se ad esempio, una persona decide di lasciare definitivamente il campo, i suoi documenti vengono trattenuti dagli operatori di Emmaus e consegnati alle autorità locali. Non è chiaro perché l’ong abbia questo potere. L’OIM e l’UNHCR sono consapevoli di quanto avviene, così come del fatto che si tratta di un’azione illegale, ma fino ad ora non è stata intrapresa nessuna azione per cambiare queste pratiche.
Le persone bloccate a Sarajevo, al momento, hanno due opzioni. Essere ospitati in questo centro oppure rimanere in città e vivere per strada, negli squat o nelle case di quei bosniaci disposti ad accogliere. L’assistenza viene fornita solo dai residenti e dai volontari. Tra le persone che dormono nelle strade di Sarajevo ci sono molti bambini.

Circa 250 persone si trovano a Mostar nel campo di Salakovac, gestito dalla Croce Rossa locale e sotto la giurisdizione del Ministero dello Stato per i rifugiati e i diritti umani. Secondo i racconti dei residenti del campo, le condizioni di vita sono molto buone e all’interno vengono ospitate molte famiglie. Si tratta di un campo aperto dove quotidianamente entrano i locali, che portano aiuto e assistenza ai rifugiati.

La maggior parte delle persone si trova nel nord della Bosnia, nelle città di Bihać e di Velika Kladuša. Entrambe le città sono vicine al confine e al momento si stima che oltre 2.500 persone si trovino in questa zona. A Bihać sono ospitati a Đački dom, un vecchio dormitorio di una scuola superiore, trasformato in un centro gestito dalla Croce Rossa locale.

Le condizioni di vita sono terribili. La Croce Rossa non consente ad altre organizzazioni o ai volontari indipendenti di entrare nel centro e la polizia speciale pattuglia costantemente il campo.

Le persone dormono per terra in un edificio dove non viene rispettata nessuna regola di sicurezza. C’è solo una distribuzione di cibo al giorno, da parte della Croce Rossa.

Bihac centro di accoglienza per migranti
Centro di Bihac, dove vivono circa 500 persone, tra cui almeno 15 famiglie. Foto AYS

A Kladuša molte persone vengono ospitate nelle case della popolazione locale. Tanti altri vivono per strada, in un’area che si sta trasformando in un campo informale. Il cibo viene distribuito una volta al giorno da Emmaus, e spesso ci sono risse a causa della mancanza di cibo e dell’inesperienza degli operatori. A volte, un secondo pasto viene preparato dagli abitanti di Velika.

Alcuni gruppi di volontari forniscono ogni tipo di aiuto, assieme alla collaborazione dei residenti.
Il posto non è per niente sicuro per le donne e i bambini, ma non c’è nessuno che si prenda cura di loro. L’OIM e l’UNHCR, così come altre organizzazioni internazionali presenti in Bosnia, ne sono consapevoli, ma non stanno facendo nulla. Tuttavia, il governo, supportato dall’OIM sta progettando di costruire un grande campo vicino a Kladuša, in una zona industriale contaminata dall’amianto. Il piano è di creare un campo che possa ospitare fino a 5.000 persone.

Molti richiedenti asilo dormono per strada, nella speranza di riuscire a raggiungere la Croazia il prima possibile, anche se ciò sta diventando sempre più difficile, a causa della violenza della polizia di frontiera croata, che entra spesso nel territorio bosniaco. Molti abitanti dei paesi vicino a Kladuša raccontano di respingimenti e violenza da parte della polizia croata, anche contro minorenni e bambini.

 

Di notte, sono tante le persone che cercano di attraversare il confine. Tuttavia il numero di persone respinte verso la Bosnia, anche dal confine sloveno-croato, è in costante aumento. Molti rifugiati raccontano inoltre di essere stati respinti in Serbia anche se stavano attraversando il confine bosniaco. Questa situazione così difficile e precaria sta rendendo sempre più vulnerabili le persone bloccate nel Paese. L’accesso alla protezione internazionale è ancora molto limitato, le procedure non sono chiare, così come l’accesso al sistema sanitario e a qualsiasi altro servizio fornito dallo stato e garantito dalla legge.

Proprio per questa situazione, i volontari attivi ogni giorno sul campo si stanno accorgendo che i rifugiati sono sempre più stanchi e vulnerabili, e le risse per piccole cose sono sempre più frequenti. Qualche giorno fa, nel parco di Velika Kladuša, un ragazzo marocchino è stato pugnalato a morte da un altro ragazzo che dormiva per strada.

L’UNHCR continua a non considerare emergenziale questa situazione. Nessuno sa cosa cosa succederà nei prossimi mesi, dal momento che non ci sono piani o previsioni attendibili sui possibili scenari futuri. E’ però certo che il piano dell’Unione Europea è quello di tenere lontane le persone, ignorando le violazioni dei diritti umani ai suoi confini e costruendo nuovi muri e recinzioni.

 

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