di Sarah Solui – pubblicato su IRIN NEWS

Traduzione a cura dell’APS Lungo la Rotta Balcanica

Pavlidis ha passato quasi vent’anni ad esaminare ed identificare i corpi dei migranti e dei richiedenti asilo che sono morti tentando una delle vie meno conosciute ma più pericolose di tutta Europa. Fino ad ora, ne ha contati 359. Pavlidis è alto, con le spalle curve e una sigaretta perennemente in mano. Ha un atteggiamento gentile ma clinico di qualcuno abituato a dare cattive notizie, anche se lui preferisce definirsi come colui che fornisce risposte ai vivi.

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L’ultimo cadavere del 2017 rinvenuto da Pavlidis. Il suo obitorio può contenere fino a 24 cadaveri contemporaneamente. Foto: Nikolaos Symeonidis/IRIN

“Per me è molto importante dare una risposta alle persone” racconta Pavlidis, che ha circa cinquant’anni e svolge personalmente le analisi di tutti i corpi che vengono trascinati sulla fangosa sponda greca del fiume Evros, che divide Grecia e Turchia. “Non dò risposte positive. Si tratta di una tragedia – ma almeno è una risposta”.

A prima vista, il fiume da cui proviene la maggior parte dei cadaveri sembra innocuo. Le sue sponde, distanti una dall’altra una ventina di metri, sono coltivate con campi di girasole, a cui si alternano ristoranti locali che servono il tipico pesce gatto alla griglia.

Tuttavia, si tratta di uno dei passaggi di confine più mortali di tutta Europa. Fino al 2010 sulle sue rive c’erano 25 mila mine anti-uomo e anti-carro, posizionate dalla Grecia nel 1974 dopo l’invasione turca di Cipro. Oggi, tutto il confine è recintato ad eccezione di 12 chilometri.

Nella primavera del 2018, una nuova ondata di persone provenienti principalmente dalla Siria e dall’Iraq sono arrivate in Grecia via terra superando per la prima volta dal 2012 il numero degli arrivi attraverso il Mar Egeo. Si calcola infatti che nel solo mese di aprile circa 2700 persone siano arrivate in Grecia attraverso il fiume Evros, una cifra più alta del numero totale di arrivi via terra del 2017.

E secondo i dati dell’UNHCR, almeno 9840 persone hanno attraversato il fiume nei primi sette mesi del 2018. Di queste 29 non ce l’hanno fatta e i loro corpi sono stati portati all’ospedale di Alessandropoli, nella regione di Evros, e nell’obitorio sotterraneo di Pavlidis.

Pericoli nascosti

Dato che il fiume non è molto largo e apparentemente sembra calmo, molti migranti sono inconsapevoli del pericolo. Tuttavia, secondo quanto racconta Pavlidis, la corrente del fiume è ingannevolmente forte e difficile da gestire anche per un nuotatore esperto.

I trafficanti mettono le famiglie su piccoli canotti gonfiabili e dato che molto spesso non è consentito portare il bagaglio, molte persone indossano quattro paia di pantaloni o quattro camicie contemporaneamente aggiungendo peso extra.

A differenza del Mediterraneo, dove il sale aiuta a mantenere intatti i corpi, l’acqua dolce dell’Evros li decompone rapidamente. I cadaveri gonfiati vengono rinvenuti anche dopo diverse settimane o mesi dai pescatori, dall’agenzia di frontiera dell’UE Frontex o dalla polizia locale. Di solito, racconta Pavlidis, i corpi dei bambini si impantanano nel fango sottostante e negli alberi caduti e per questo non vengono quasi mai rinvenuti.

“Il fondo del fiume è molto fangoso”, spiega. “Ci sono tanti rami e i corpi molto spesso si incastrano. Le fibre dei vestiti si ammorbidiscono e si disintegrano. E le molte varietà di pesci mangiano la pelle dei cadaveri”.

Identificazione
La maggior parte dei corpi che arriva all’obitorio di Pavlidis è già irriconoscibile.

Pavlidis accende il suo computer e inizia a cliccare su decine di immagini orripilanti. In una, il volto di un uomo è un ovale nero, la pelle completamente staccata e congelata in un urlo senza fine. E’ morto di ipotermia: una morte relativamente rapida, di due o tre minuti. L’ipotermia solitamente preserva il viso, ma in questo caso il viso dell’uomo è stato bruciato dal sole e gli occhi sono stati mangiati dagli uccelli. In un’altra fotografia, un corpo è gonfio come un tamburo, la pelle attaccata alla barella metallica in fogli trasparenti.

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Ogni oggetto viene catalogato e custodito nella speranza che costituisca un indizio per il riconoscimento dei corpi. Foto: Nikolaos Symeonidis/IRIN

Dopo 18 anni di lavoro in obitorio, Pavlidis si è abituato a vedere certe immagini; ci si deve abituare, dice.

Di solito le foto non lo aiutano a dare un nome al morto, ma i corpi, come la presenza di un tatuaggio, possono offrire alcuni indizi. Oppure possono essere utili per capire la religione di appartenenza del morto, controllando se per esempio è stata effettuata la circoncisione.

Pavlidis raccoglie ogni elemento che può aiutare all’identificazione, ma molto spesso non rimane nulla. “A causa del tempo trascorso in acqua, i loro oggetti personali o i documenti sono danneggiati”, racconta. Prende il DNA da ogni corpo (i denti, di solito) associando un numero identificativo univoco.

Con l’aiuto di un’infermiera, documenta meticolosamente ogni cadavere, fotografando il corpo e posizionando con cura ogni oggetto personale recuperato in piccoli sacchetti di plastica che conserva nel suo ufficio.

Tiene ogni cadavere per mesi – in frigoriferi mantenuti a – 20° – nella speranza che qualcuno si presenti per riconoscerli.

Contatto familiare

Pavlidis raccoglie e cataloga i corpi con cura, ma la sfida maggiore, da una piccola città nel nord-est della Grecia, è quella di mettersi in contatto con le famiglie. “Il mio problema è contattare le famiglie. I genitori di solito si trovano in luoghi come l’Afghanistan o il Pakistan; non sanno dove sia Alessandropoli e chi sia io. È più facile se la famiglia è già qui in Europa perchè in questo modo posso prelevare il loro DNA e vedere se corrisponde”. Di tutti i cadaveri che ha catalogato, solo 103 sono stati identificati.

Pavlidis lavora in collaborazione con la polizia greca e il Comitato internazionale della Croce Rossa, ed è in stretto contatto con l’ambasciata pakistana ad Atene e con quella irachena e siriana. L’ambasciata afghana si trova invece a Sofia, in Bulgaria, e la comunicazione è molto difficile.

In alcuni casi, la parte identificativa del suo lavoro si trasforma in un incubo burocratico. Una volta Pavlidis aveva ritrovato il cadavere di un cinese in possesso di carte di credito e altri documenti di identità. Con l’aiuto della Croce Rossa, aveva contattato il governo cinese. La risposta ufficiale era arrivata dopo due anni: c’erano troppe persone in Cina con lo stesso nome e per questo era stato impossibile identificarlo. Quell’uomo era morto in un incidente stradale, elemento che mette in evidenza l’assurdità della traversata del fiume Evros: il pericolo non finisce quando i migranti raggiungono la sponda greca del fiume perché poi devono camminare per diversi chilometri per raggiungere il villaggio più vicino, e molti seguono i binari del treno.

Stoico per necessità professionale, un caso però lo ha particolarmente sconcertato: nel 2015, una famiglia siriana stava camminando lungo i binari del treno quando una bambina di sei anni ha lasciato la mano del padre e ha corso contro il treno in arrivo. La bimba, assieme ai tanti altri migranti morti in Grecia, è sepolta nel villaggio di Sidiro, un’enclave musulmana a Evros. I corpi ritenuti musulmani vengono inviati al villaggio, dove ricevono una sepoltura islamica. A luglio, quando abbiamo visitato il cimitero, c’erano tre tombe vuote, recentemente scavate in attesa del ritrovamento dei corpi. I non musulmani sono sepolti in un cimitero cristiano locale.

Il viaggio in auto e in furgone verso Salonicco, dove sono diretti molti migranti, è ugualmente pericoloso, a causa delle auto non sicure usate dai trafficanti (che a volte costringono i migranti stessi a guidare) e persino a causa degli inseguimenti della polizia.

All’inizio di giugno, un furgone con a bordo 16 migranti iraniani si è schiantato sulle montagne vicino a Kavali, uccidendo sei persone, tra cui tre bambini. A luglio a Evros, una berlina che trasportava 10 persone provenienti dalla Siria e dall’Iraq, tra cui due bambini, si è schiantata sulla principale autostrada che attraversa la Grecia settentrionale, uccidendo di colpo due uomini. Una donna, madre di due figli, è morta poche ore dopo, all’arrivo in ospedale ad Alessandropoli. Si tratta del peggior incidente stradale visto dal personale dell’ospedale nel 2018, che ha fatto piangere anche il direttore generale.

Nonostante questa rotta sia molto pericolosa, le morti sono destinate ad aumentare. Le persone continueranno ad attraversare Evros, e alcune moriranno nelle sue acque o in incidenti stradali. E ad attenderli sarà Pavlidis, risoluto nel suo dovere di fornire loro un ultimo barlume di dignità da un obitorio seminterrato in una piccola città portuale. “Queste famiglie non possono aspettare per tutta la vita. È una responsabilità e una soddisfazione etica fare questo lavoro”.

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