Di Anna Clementi e Diego Saccora – Associazione “Lungo la rotta balcanica”

Immortalate in coda davanti ad un autobus, trasportate contro la loro volontà da un posto a un altro, con polizie che sbarrano l’ingresso a edifici abbandonati e jungle: migliaia di persone vivono così, ogni giorno costrette a scappare e nascondersi, paradossalmente almeno tanto quanto vengono rese invisibili dalle stesse politiche che li respinge. Le immagini si ripetono uguali, di anno in anno, di Paese in Paese, di confine in confine. Era il 24 maggio 2016 quando il campo informale di Idomeni veniva sgomberato. Le foto di persone in fila caricate a forza sui pullman riempivano le principali testate dei quotidiani europei. Lo sgombero di Idomeni non significava solo il tentativo di cancellare dalla memoria collettiva il simbolo della vergogna, il più grande campo profughi informale su suolo europeo, ma segnava anche l’avvio della stagione dell’istituzionalizzazione dei campi controllati dai governi, dove le persone sarebbero state confinate e marginalizzate con una chiara e definita strategia fondata sulla perenne emergenza volta a legittimare e quindi normalizzare la proliferazione di questi luoghi, teatri di sospensione dei diritti e delle vite stesse di queste persone.

Sgombero del campo di Idomeni. Foto Yannis Kolesidis per Al Jazeera

In pochi mesi, nella Grecia continentale e nelle isole dell’Egeo, sorgevano oltre 30 campi profughi, in ex basi militari, aeroporti, aree portuali, ex hotel, edifici e scuole abbandonate, tutto in nome dell’emergenza, dove anche la quotidianità di ogni individuo veniva scandita sulla base di standard umanitari minimi. Quanto e quando mangiare, in quanti metri quadrati dormire, dove si può andare, con chi è permesso parlare. In nome dell’emergenza sono stati stanziati milioni di euro, investiti esclusivamente per il sistema dei campi. Container, fili spinati, recinzioni, dispositivi di sicurezza e guardie. In nome dell’emergenza persone hanno perso la vita, le loro esistenze sono state violate, cancellati i loro sogni.

In questo quadro si inserisce l’ennesimo sgombero preludio ad altri che seguiranno, del Dom Penzionera, un edificio diroccato nel cuore di Bihac, nel Cantone Una Sana, nella Federazione di Bosnia Erzegovina, destinato a essere una casa di riposo mai venuta alla luce, che dal 2018 è diventata uno dei tanti luoghi di rifugio per le persone in movimento. Per i tanti che sognano l’Europa e hanno scarse risorse economiche o nessuna, la Bosnia è una tappa obbligata. Giovani ragazzi afghani e pachistani, tanti minorenni, ormai assuefatti al freddo e all’odore di plastica bruciata, cercano ogni giorno la giusta via che li porti al traguardo, qualunque esso sia. Almeno 280 chilometri di cammino, fango e botte nei boschi di Bosnia, Croazia e Slovenia fino a quando, come in un miraggio, dal selvaggio Carso appaiono in basso le luci di Trieste riflesse nel mare. Uno zaino in spalla, acqua, sale, datteri, bevande energetiche, un filo per cucire e un paio di scarpe che non deve tradire.

Il Dom Penzionera era una delle soluzioni alternative ai campi. Campi che comunque non sono in un numero sufficiente e non hanno spazio né condizioni adeguate. Detto questo, non si deve auspicarne, come spesso avviene, un “abbellimento”, quanto piuttosto spingere per il loro definitivo superamento. La direzione dovrebbe infatti essere tutt’altra, come nel 2018 si era iniziato a fare, con alloggi distribuiti, nuclei più piccoli e con maggiori possibilità di interazione con la popolazione locale.

Il Dom Penzionera non era solo il luogo indicato dallo smuggler, ma anche il tentativo di chi aveva deciso di abitarci di essere visibile, di vivere in un contesto urbano, in città, per poter ricaricare il proprio cellulare, per uscire per una passeggiata, per comprare il cibo al supermercato, per cucinarsi in autonomia un chapati su un fuoco improvvisato o semplicemente per essere più vicino al confine.

Lo sgombero del Dom Penzionera, maggio 2021. Foto: Grad Bihac

Ancora oggi sono in tanti a preferire la città di Bihac a un campo di confinamento su di un altopiano a oltre 30 km dalla civiltà, che da quando è andato in fiamme a dicembre 2020, non fa nemmeno più notizia. E invece di Bosnia si sarebbe dovuto parlare fin dal 2018, e bisognerebbe continuare a farlo. Lipa è l’ennesimo campi di tende accatastate l’una all’altra, nel mezzo di nulla, archetipo del Campo, dell’unico sistema di non “accoglienza” sponsorizzato e finanziato dall’Europa.

Il campo di Lipo, a 30 km da Bihac, in Bosnia, gennaio 2021 – foto: Dado Ruvic/REUTERS

I tanti “Dom Penzionera”, che siano jungle, edifici abbandonati o altro, nel cuore delle città, vanno sgomberati e “puliti”, le persone che ci vivono deportate nel Campo, lontano dalla città, marginalizzato, invisibile agli occhi dei Cittadini. In quest’ottica vanno letti i numerosi sgomberi degli squat e la forte criminalizzazione di chi porta una qualsiasi forma di solidarietà ai migranti che scelgono, consapevoli o meno, di sottrarsi a questa dinamica di confinamento. Divieto di distribuzione di cibo, ritiro del visto, tutte forme punitive, già sperimentate in tanti Paesi dentro e fuori Europa, da Calais all’Ungheria di Orban fino alla Grecia di Mitsotakis, di fatto volte a colpire i migranti colpendo direttamente chi solidarizza con loro.