Di Lungo la rotta balcanica

Ieri in sordina è stato inaugurato il nuovo campo di Lipa, nel cantone Una Sana, in Bosnia ed Erzegovina.”

Una tragedia trasformata in opportunità” recita il titolo di un tweet con cui l’Oim della Bosnia ed Erzegovina si compiace per l’apertura di un nuovo campo.Onestamente non troviamo che ci sia nulla da festeggiare nell’apertura di un campo laddove da anni questi rappresentino le uniche soluzioni che l’Unione Europea finanzia nell’ottica di esternalizzare, reprimere, respingere e confinare persone.

Davvero non c’erano altri modi, più umani e dignitosi, che far vivere le persone in anonimi container standardizzati, a ribasso degli standard minimi emergenziali?A un anno di distanza dall’incendio che lo aveva raso al suolo, l’Oim si felicita di averlo riaperto giusto in tempo prima dell’inverno, che comunque, a Lipa, a 30 km da Bihać, a 700 metri di altitudine, sta per arrivare, come arriverà ogni anno.

Continuiamo a chiederci quanto possa essere realmente costato un campo del genere costruito dal nulla sul nulla e quanto costerà in termini umani ed economici portarne avanti l’esistenza negli anni a venire, quante altre donazioni e fondi saranno richiesti per confinare le persone, fermo restando che i numeri e i report ci dicono come la rotta si stia sempre più spostando verso altri Paesi anche per effetto della deterrenza operata in Bosnia ed Erzegovina e dei respingimenti collettivi e a catena da parte di tutte le polizie europee, in particolare quella della Croazia proprio ieri condannata dalla Corte Europea per Diritti Umani per la morte della piccola Madina Hussyni.

Una settimana fa, Mitsotakis, il primo ministro greco, apostrofava una giornalista olandese vantandosi del nuovo campo di Samos, sottolineandone la magnificenza, la tecnologia e il fatto che al suo interno fossero presenti parchi giochi per bambini. Anche il ministro per la sicurezza bosniaco Cikotić ha evidenziato l’avanguardia di una struttura come Lipa dichiarando come la BiH cercherà sempre più di ostacolare il percorso della “rotta bosniaca”; nel frattempo l’Oim BiH nel presentare il nuovo campo pubblica foto di ragazzi che giocano. Sono prese di posizione e belle immagini tanto contrastanti quanto trasversali in diversi Paesi, questo la dice lunga sull’allineamento alla medesima strategia, quella europea.

Ciò che l’Oim dimentica di dire è che l’anno scorso quel campo isolato da tutto lo aveva definito un inferno, criticando aspramente la chiusura voluta dalle autorità locali del Bira che aveva contribuito a gettare persone per la strada. Si scorda di quando i servizi dei media, mostrando persone al gelo avvolte in una coperta, facevano affluire da ogni dove donazioni e finanziamenti, e della chiusura del Sedra, che accoglieva minori non accompagnati e famiglie, mentre veniva costantemente criminalizzata ogni forma di aiuto e supporto a chi, per scelta o costrizione, viveva a Bihać e Velika Kladusa in vecchi edifici abbandonati, alloggi di fortuna o nelle jungle. Alternative abitative, processi di inclusione o di vedere le proprie richieste di protezione valutate e accettate sono invece elementi che non sembrano essere in agenda. O ci vorrà del tempo, come in Grecia, anni. Anni di vita di migliaia di persone che sulla carta, sui depliant e i report delle ong ricevono ogni tipo di sostegno ma che poi finiscono di nuovo per la strada, deportate, o a tentare di andare oltre cambiando strada, come avviene oggi al confine polacco/lituano/bielorusso. Se ci si vuole battere contro la violenza alle frontiere, ci si deve battere anche contro la costruzione e la sistematicità con cui si creano campi perchè parte dello stesso sistema.

E No, decisamente, non ci troviamo nulla da festeggiare.